Si tratta di un esempio noto di scambio rituale tra i nativi americani della costa nordoccidentale attivo fino alla fine del XIX secolo, descritto per la prima volta dall’antropologo Franz Boas. Avviene in genere in occasione di un funerale; chi muore lascia un nome privo di referente, che viene reclamato o attributo a qualcun altro. Nella gara che segue, la persona che avrà distribuito più oggetti di valore nel potlatch, sarà quella che otterrà in nome.

Non solo il potlatch si svolge in occasione delle cerimonie funebri, ma viene organizzato questo scambio anche in occasione di banchetti che servono a “ripulire” il nome di un soggetto che si è macchiato di cattivo comportamento

La cerimonia del potlatch fa comunque molto di più che permettere ad un individuo di ottenere un nuovo nome e una nuova identità. Ha anche lo scopo di riordinare e convalidare simbolicamente i nomi e quindi le posizioni sociali, di tutti quelli che partecipano al banchetti. Gli ospiti di rango superiori nel corso della cerimonia ricevono più doni rispetto alle persone di rango inferiore; pertanto i doni elargiti e ricevuti hanno la funzione di annunciare o di riconoscere pubblicamente la posizione sociale o l’identità di ciascun ospite.

Una caratteristica importante dei beni scambiati nel potlatch è il fatto che possiedono una storia. Nella nostra società gli oggetti di questo tipo erano considerati cimeli di famiglia (es. la fede nuziale della nonna, l’orologio del bisnonno). Il dono rappresenta l’identità del donatore e racconta qualcosa di speciale sul rapporto tra chi dona e chi riceve.

Al giorno d’oggi si identificano i cimeli di famiglia

Il presente invece è rappresentato in sostanza da un mondo pieno di merci spersonalizzate e alienate, quindi beni senza storia, che difficilmente comunicano qualcosa dell’identità dell’acquirente. E’ vero semmai che si procede in genere ad un processo di conversione delle merci in oggetti di proprietà, attribuendo ai prodotti un’identità particolare (anche grazie alla pubblicità).

Fonte: Antropologia culturale – Richard H. Robbins


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